La pace è davvero al primo posto?

Parigi, Kenya, Sinai, Beirut, Jalalabad, Suruc, Copenhagen, Antalya, Susa, Tunisia, Algeria, Hebron,… I morti ammazzati, tutti, mi sconvolgono. Che siano essi colpevoli, innocenti, bambini o martiri di un qualsiasi ideale. E‘ qualcosa che va molto oltre le mie capacità di comprendere. La vita sembra avere ormai un prezzo ed è terribilmente evidente in questo periodo in cui tutti ci sentiamo profondamente toccati dagli attentati di Parigi, è innegabile: sentiamo le vite andate perdute il 13 novembre più vicine di quelle di un qualsiasi bambino soldato o di una donna delle favelas lasciata morire lungo i bordi di una strada, quelle francesi sono morti che ai nostri occhi hanno un valore diverso, riusciamo ad identificarci, e allora fanno paura, molta più paura, e sono automaticamente più vere e quindi degne di interesse.

E‘ un modo di pensare che fa tristezza e orrore, ma è dettato dall’istinto stesso dell’uomo ed è proprio per questo che ognuno di noi deve fare uno sforzo per affrontare queste disgrazie di testa e non di pancia. Il punto ora non è solamente restare umani, ricordando le lezioni che la Storia ci ha già pazientemente insegnato più volte, il punto purtroppo di questi tempi è anche rimanere razionali.
Non farsi prendere dal panico, non rinunciare all’incontro, non cercare un capro espiatorio che, si sa, spesso è molto più comodo di qualsiasi reale soluzione al problema. Le reazioni di molti politici e di altri personaggi di spicco, che si presume abbiano una certa cultura, purtroppo invece sono andate dritte alla ricerca di colpevoli, peraltro cercandoli nei luoghi sbagliati (barconi e centri profughi, dove si trovano appunto coloro che sono scappati dagli attentati, molto più frequenti e consistenti nei loro Paesi d’origine).
Dobbiamo invece rendere le nostre ferite delle feritoie, aperte sul resto del mondo e pronte a lasciarsi trapassare dalla luce. Bisogna davvero impegnarsi per non reagire istintivamente, abbandonandosi alla paura ed al desiderio di vendetta, sembra complicato, ma lo è solo all’apparenza. L’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 ci ha già dimostrato con chiarezza che reagire al terrorismo in modo violento non porta a nulla, se non ad altre morti civili (come se poi fosse tanto diverso togliere la vita a qualcuno che „se l’è meritato“).

Ma dunque, c’è una soluzione a questa situazione che sembra surreale e troppo più grande di noi?
Secondo me sì, una soluzione esiste ed è anzi da utilizzare il plurale: le soluzioni, perché implicano lo sforzo di moltissime persone in tutto il mondo, a partire dalla rinuncia al rivoltante commercio delle armi, è da anni che l’Europa lucra sul „sangue“ senza esserne mai coinvolta direttamente, non poteva durare in eterno. Bisognerebbe inoltre responsabilizzare il consumo, anche quello privato, del petrolio, regolarne l’estrazione ed evitare lo sfruttamento incontrollato dei pozzi petroliferi, sia per motivi ecologici, che per quanto riguarda le ingiustizie perpetrate per anni negli Stati che „ospitano“ queste le macchine estrattrici ed in cui -casualmente- si è voluta esportare la democrazia. E‘ necessario prima di tutto conoscere, studiare, solo così si potranno comprendere le cause del terrorismo e delle continue inquietudini del Medio Oriente per poi agire su quelle, è una via decisamente più ardua ed implicherebbe delle rinunce ed un riequilibrio delle ricchezze. A quanto pare al momento è preferibile trovare „soluzioni“ tampone, spesso violente e disorganizzate, senza alcuna visione a lungo termine, allora è necessario chiedersi prima di tutto che importanza diamo alle cose: la Pace è davvero al primo posto?